Un tipo di depressione che è andata diffondendosi negli ultimi decenni è la depressione post-partum, che colpisce circa il 10 – 12% delle donne (Kammerer et al., 2009).

Si sottolinea spesso come, per le neomamme, il periodo del post parto sia un momento emotivamente delicato, che impone un riadattamento psicologico, fisiologico e sociale, ed espone al rischio di manifestare, se non adeguatamente individuate, determinate sintomatologie che possono sfociare in vere e proprie patologie.

Innanzitutto è bene differenziare il tipo di depressione a cui si sta assistendo:

il “Maternity blues” rappresenta una situazione causata da scompensi ormonali che provocano sbalzi d’umore nei primi giorni o nelle prime due settimane seguenti al parto e ha un’incidenza tra il 50% e l’80 % delle donne, tendendo a dissolversi nel giro di poco tempo (Kennerley & Gaath 1989).

Ciò che invece inizia già durante la gravidanza e si protrae fino a circa l’anno compiuto del bambino è la vera e propria depressione post – partum, una condizione emotiva, mentale e fisica caratterizzata da sintomi quali agitazione, ansia, rallentamento psicomotorio, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno e dell’appetito, fatica, inadeguatezza, scarso interesse generale sia verso il bambino che verso le attività quotidiane, sensi di colpa, mancanza di energia e motivazione.

Quando la donna presenta uno o più di questi sintomi per un tempo limitato, ciò non viene considerato problematico, ma quando i sintomi tendono a essere numerosi e a essere presenti a lungo, diviene necessario intervenire tempestivamente e precocemente. 

E’ evidente l’importanza di questo disagio, in quanto la modalità della madre di relazionarsi col suo bambino avrà ricadute sulla modalità d’interazione della diade madre-bambino, sulla loro relazione e sulle relazioni future di quest’ultimo.